Che cosa è l’Expo? Quando ero bambino Expo era una parola magica che parlava sempre di un posto lontano, dove le meraviglie tecnologiche del futuro venivano presentate al mondo. La torre Eiffel era la testimonianza che questa magia poteva lasciare tracce così importanti da modificare per sempre il territorio e il significato di una città. In epoca recente l’Expo è diventato qualcosa di più immateriale, di meno significativo, sempre lontano, ma non più magico. Salgo sul taxi e dico: “Expo”. Il tassista mi guarda, gesticola. Ripeto: “Shanghai Expo!”. Niente. Scendo, prendo un altro taxi. Dopo aver passato due controlli con metal detector mi trovo in una struttura dove i soffitti sono troppo alti e lo spazio sembra ingigantito all’improvviso. Il suono degli altoparlanti produce echi inquietanti, cerco di capire da che parte andare, mi gira la testa. [Guarda il video].
L’area dell’Expo di Shanghai è disposta sulle due rive del fiume Huangpu, ha un’estensione di 5 kilometri per 4. Non basterebbe una settimana intera per visitare gli oltre 200 padiglioni. Sono le dieci di mattina, guardo l’immenso tempio-padiglione rosso della Cina, fuori una coda di centinaia di persone attende per ore, l’occasione è unica, il rito è irrinunciabile. Il cielo bianco emana radiazioni disturbanti, cerco facce occidentali: nessuno. Ok, mi siedo.
Cammino nell’umidità al 95% verso un enorme disco volante, salgo alla terrazza circolare da dove posso capire quanto sia grande l’area. I cinesi sono quasi tutti in gruppi, entrando ho visto un parcheggio con centinaia di corriere. Vengono da tutto il paese solo per questo: vedere il mondo formato padiglione. La maggior parte di questi uomini e donne non è mai uscita dalla Cina, per loro ogni Nazione è un viaggio, una testimonianza autentica e credibile.
Finalmente mi trovo di fronte allo straordinario lavoro di Thomas Heatherwick, un edificio denso di significato e poesia. Il padiglione UK è un mirabolante edificio ‘peloso’ che sfrutta la luce naturale per illuminare, attraverso migliaia di fibre ottiche, un nucleo come una moderna e futuristica cattedrale. La ‘seed cathedral’ è il dono della Gran Breatagna alla Cina, un archivio di 60.000 semi ‘affogati’ in altrettante fibre ottiche. All’esterno il cubo, che pare un enorme riccio, crea degli effetti di ottici che mutano mentre cammino su un tappeto erboso sintetico grigio. Ti puoi anche sedere in questa erba di plastica, e la sensazione è veramente piacevole. La superficie infatti è costituita di piani inclinati triangolari che permettono alle persone di sedersi e ammirare l’opera. All’interno la magia si compie, ogni fibra è una testimonianza, ogni specie vegetale è qui rappresentata nella sua essenza: il seme. Le persone sono come incantate, osservano emozionati.
Tutti i padiglioni che ho visitato presentavano l’eccellenze tecnologico-creative nazionale in un mix spesso confuso e poco organico. All’interno poche cose realmente interessanti e molti aspetti decisamente noiosi. Il limite era sempre nella moltitudine disordinata. Il padiglione Italiano mi è sembrato un grande spot con tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi del Belpaese; un frullato misto di moda, design, turismo, vino e pastasciutta. Non ho visto la Pizza. Strano! Forse –a giudicare anche da tutte le altre nazioni– presentare le eccellenze nazionali è stata la scelta giusta. Sono tornato due giorni dopo, ho visto altri sei o sette padiglioni, sempre la stessa solfa: pubblicità in forma di Expo, il grande salone del turismo in Cina.
Al primo Expo del 1851 il Crystal Palace di Londra meravigliava il mondo con la sua imponente struttura di ferro e vetro. Dopo 150 anni è ancora la Gran Bretagna a stupire con un’architettura visionaria e densa di significato. Il padiglione ‘riccio’ rimane un esempio di chi non ha voluto sfruttare l’Expo come promozione turistico-merceologica del proprio paese, ma ha avuto il coraggio di investire sulla creatività e sull’innovazione.
Mancano cinque anni a Milano 2015, l'anteprima vista al padiglione italiano mi è sembrata molto misera, sia nei contenuti che nella presentazione, per non parlare del logo imbarazzante che dice tutto, meno che innovazione. Sentiamo continuamente l’espressione: Expo = Occasione unica per Milano e l’Italia. Cerchiamo di non sprecarla questa opportunità, potrebbe essere veramente l’ultimo treno per la modernità.
pp



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