Non ho voluto informarmi troppo, quando visito per la prima volta una città faccio così, preferisco farmi stupire nel bene e nel male. Shanghai è talmente diversa da tutto quello che avevo visto finora da farmi girare la testa, dall’aeroporto si vedono tralicci giganteschi che portano milioni di Kilowatt a questa megalopoli invasa di grattacieli. Sono qui per capire cosa ha reso la Cina il paese che più cresce in un mondo –quello nostro– che stenta in attesa della ripresa più volte annunciata. Le verità del boom cinese sono molte, negli ultimi vent’anni questo Paese è diventato la fabbrica del mondo con le conseguenze che tutti noi conosciamo: sfruttamento dei lavoratori, pochi diritti sociali, scarsa coscienza ambientale. Tuttavia prima di partire sapevo anche che era troppo semplice pensare alla Cina in questi termini, il nostro mondo occidentale è pieno di leggende e pregiudizi, la nostra dimensione (soprattutto quella Italiana) è stracolma di presunzione: siamo il miglior paese del mondo, no? L’arte, la cucina, la moda, il design…
A Shanghai vivono oltre 19 milioni di persone ed è solo la terza città della Cina, i cinesi sono 1 miliardo e 300 milioni di individui, da qui l’Italia sembra un paesino da cartolina destinato a diventare un souvenir carino, quello che per l’Italia è San Marino. Parlo con un amico italiano che vive qui da sette anni mentre passeggiamo in People's Square: “I cinesi amano scommettere su tutto –mi dice– il business e l’amicizia sono la stessa cosa, la solidarietà all’interno dei clan è totale, tutti si sacrificano per un futuro migliore, collettivo”. Inizio a capire, ma non è ancora abbastanza, un altro amico italiano che vive qui da quattro anni mi spiega la sera davanti a un buon bicchiere di vino: “Non ho mai avuto problemi coi cinesi, sono gran lavoratori e soprattutto non amano i pettegolezzi, i politici a Pechino vivono isolati dal resto della popolazione proprio per evitare maldicenze, vere o presunte, credono nella causa e cercano in tutti i modi di combattere la grande corruzione che dilaga a livello locale”.
La città ha almeno quattro volti distinti: la zona coloniale, dove alloggio, sembra una tranquilla città inglese con case a schiera, villette, giardini e viali alberati. La zona decò anch’essa di influenza occidentale è ora un insieme di frenesia commerciale e turismo globalizzato. Le baracche della città vecchia, piene di gente che produce e consuma ravioli e noodles a tutte le ore del giorno. E infine la Pudong dalle torri di vetro da cento piani, moderna e senza pietà. Tutto questo è unito da sopraelevate che circondano e tagliano mille quartieri ricoperti di palazzi popolari di trenta piani, così vicini uno all’atro da togliere il fiato. C’è un rifiuto interiore che mi dice di scappare nella mia vecchia Italia da souvenir, così dolce e accogliente, ma io sono qui per capire.
“Vivendo a Shanghai ho capito la differenza tra autentico e originale –mi dice Mirko– per noi europei le due parole hanno esattamente lo stesso significato, per i cinesi no. L’autentico può essere anche riprodotto artificialmente, a patto che l’esperienza sia credibile. Se non posso permettermi di fare 10.000 Kilometri per venire a Venezia vado in un posto dove hanno ricostruito quella esperienza, so bene che non è lo stesso, tuttavia l’esperienza sarà perlomeno simile. Non originale, ma autentica”. Qui è tutto lontano dal nostro mondo, questa parte del pianeta sembra bastare a se stessa, la censura –dicono– è solo un modo per evitare tensioni. Google se ne va sbattendo la porta? (per poi rientrare dalla finestra). Bene, il 60% dei cinesi usavano già Baidu. Facebook è oscurato? I cinesi per socializzare usano RenRen, Kaixin001 o il sempreverde QQ. Youtube non si vede? Su Youku ci sono migliaia di video tutti in cinese. La Cina è isolata dalla grande muraglia digitale? Può essere, ma i cinesi hanno veramente bisogno di Google, Facebook e Youtube?
Al Raffles Design Institute, dove faccio una lecture agli studenti cinesi di Fashion Design parlo dell’importanza dei social network nelle strategie digitali, presento alcune case histories di Imille, cito Facebook e Youtube, loro traducono in QQ e Youku. Cosa cambia? Questa scuola privata non ha niente da invidiare ai nostri più rinomati istituti di Design, e il pubblico è ancora meglio: “Qui in Cina se ottieni un buon punteggio finale nella high school –mi spiega Gianpietro, docente italiano alla Raffles– puoi scegliere e accedere alle migliori università, che sono tutte statali, non come in America o in altri paesi occidentali dove le migliori università sono sempre private. In Cina il talento viene premiato con le opportunità, quelle vere. Se sei ricco e non hai i voti non ci vai, non c’è storia”. Inizio a capire un po’ di più di questo boom, sarà forse che i nuovi manager cinesi sono dei veri genietti? E non dei figli di papà che si sono guadagnati un posto che non meritavano. Chissà.
Negli ultimi 20 anni mentre il nostro sistema capitalisco andava nella direzione della globalizzazione a tutti i costi credendo fermamente nella finanza speculativa, l'economia reale si allontanava sempre di più dall'alta finanza. i cinesi nel frattempo continuavano a lavorare duro per modernizzare un paese e portarlo fuori da decenni di arretratezza. La delocalizzazione produttiva che ha inizialmente portato nelle tasche delle multinazionali occidentali un sacco di denaro nel lungo periodo si sta rivelando molto più insidiosa di quanto si pensasse. Nella lunga notte che mi separa dall'oriente riportandomi in occidente, incastrato nel sedile dell'aereo leggo l'illuminante libro di Loretta Napoleoni, Maonomics: "Dalla caduta del Muro di Berlino, la frequenza delle crisi è legata agli squilibri della delocalizzazione. L'aumento di ricchezza prodotto nelle economie emergenti fa aumentare il risparmio, che però non trova nei loro Paesi un sistema finanziario sufficientemente sofisticato per assorbirlo e quindi si riversa in occidente. Indiani, cinesi, indonesiani invece di investire in imprese nazionali, comprano azioni e obbligazioni di società occidentali come Ibm, Google o Intel. Questa costante richiesta di acquisto ne fa salire le quotazioni. Gli indici di Wall Street sono saliti mentre il profitto industriale scendeva."
La crisi del 2008 ha rivelato al mondo quanto questa e altre contraddizioni della finanza globalizzata abbiano reso sempre più deboli le nostre economie. I cinesi forse non hanno tutte le ragioni da parte loro, ma indubbiamente un sistema politico e i suoi rappresentanti si giudicano anche da quanta ricchezza riescono a produrre per la collettività. I cittadini cinesi non hanno scelto la loro classe politica, ma questi politici (per ora) hanno fatto un lavoro almeno discreto, e ho la sensazione che se ciò non fosse non potrebbero andare avanti per molto. Atterro a Malpensa alle 8 di domenica mattina (Air China diretto Shanghai-Milano, puntualissimo). Ai nastri di riconsegna bagagli i carrelli sono solo a pagamento, ma sono tutti incastrati e non si sganciano neanche se li prendi a calci, esco con la mia pesante valigia. Benvenuti nel paese 'cartolina'.
pp



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